Da Fantozzi a oggi: cinquant’anni di progresso, ma viviamo davvero meglio?

10.10.2026

Cinquant'anni fa arrivava al cinema Fantozzi.

Era il 1975 e Paolo Villaggio portava sul grande schermo un personaggio destinato a diventare molto più di una semplice figura comica. Fantozzi era una caricatura, naturalmente: esasperato, sfortunato, umiliato e immerso in situazioni volutamente grottesche. Ma proprio per questo i suoi film sono diventati anche una straordinaria fotografia dell'Italia dell'epoca.

Riguardarli oggi fa sorgere una domanda interessante: in questi cinquant'anni abbiamo fatto progressi enormi, ma viviamo davvero meglio?

La risposta, secondo me, è molto meno scontata di quanto sembri.

Lo sfigatissimo Fantozzi aveva una vita sorprendentemente stabile

Pensiamoci.

Fantozzi non rappresentava certamente l'italiano di successo. Era l'ultima ruota del carro della Megaditta, guidava una Bianchina malandata, subiva qualsiasi genere di sopruso e viveva buona parte della propria esistenza lavorativa nel terrore dei superiori.

Eppure aveva un lavoro stabile, uno stipendio, un'automobile, una casa e una famiglia.

Con il suo reddito vivevano lui, la moglie Pina e la figlia Mariangela.

Naturalmente il cinema amplificava tutto per finalità comiche e non possiamo utilizzare Fantozzi come una statistica economica. Ma il contesto rappresentato non nasceva dal nulla: Villaggio prendeva elementi riconoscibili della società italiana e li portava all'assurdo.

Ed è proprio questo che rende interessante il confronto.

Oggi possediamo strumenti che nel 1975 sarebbero sembrati fantascienza, ma alcune sicurezze che allora apparivano piuttosto normali sono diventate molto meno scontate.

Siamo infinitamente più ricchi di tecnologia

Su questo non c'è praticamente discussione.

Nel 1975 non esistevano smartphone, Internet, Google Maps, WhatsApp, streaming o videochiamate.

Oggi possiamo lavorare da un altro continente, acquistare un biglietto aereo in pochi secondi, parlare gratuitamente con qualcuno dall'altra parte del pianeta, consultare una quantità pressoché infinita di informazioni e avere un navigatore satellitare che ci conduce praticamente davanti alla porta di qualsiasi luogo.

Anche viaggiare è diventato, sotto molti aspetti, più semplice e accessibile.

Abbiamo automobili incomparabilmente più sicure, una medicina più avanzata, sistemi di comunicazione potentissimi e possibilità professionali che una persona degli anni Settanta difficilmente avrebbe potuto immaginare.

Se misurassimo il progresso soltanto attraverso la tecnologia, il presente vincerebbe per manifesta superiorità.

Ma la qualità della vita non si misura soltanto contando quanti transistor abbiamo in tasca.

Il lavoro è cambiato. E con lui la sicurezza

Uno degli aspetti che colpiscono maggiormente guardando indietro è il diverso rapporto con il lavoro.

L'idea del posto stabile, della carriera trascorsa nella stessa azienda e della pensione al termine del percorso lavorativo apparteneva molto più alla cultura di allora.

Oggi il mercato del lavoro offre opportunità enormemente più internazionali e dinamiche, ma richiede anche una capacità di adattamento continua.

Possiamo fondare un'azienda dall'altra parte del mondo, lavorare da remoto e costruire professioni che trent'anni fa nemmeno esistevano.

Ma possiamo anche trovarci a cambiare continuamente azienda, città, Paese o addirittura mestiere.

Abbiamo guadagnato libertà e possibilità.

In alcuni casi abbiamo perso prevedibilità.

E non sono necessariamente la stessa cosa.

In amore, invece, secondo me abbiamo fallito

Se in molti settori credo sia difficile negare i progressi compiuti negli ultimi cinquant'anni, ce n'è uno nel quale la mia opinione è decisamente più pessimista: le relazioni umane e, soprattutto, quelle sentimentali.

Qui credo che la nostra epoca abbia fallito.

Non perché cinquant'anni fa tutti si amassero follemente. Sarebbe una ricostruzione romantica e falsa del passato. Esistevano matrimoni infelici, tradimenti, rapporti mantenuti per convenienza e persone che rimanevano insieme anche perché separarsi era socialmente ed economicamente molto più difficile.

Oggi abbiamo conquistato una libertà che considero sacrosanta: nessuno dovrebbe essere costretto a mantenere una relazione che non desidera.

Il problema, secondo me, è che siamo passati da un estremo all'altro.

Abbiamo reso facilissimo conoscere nuove persone, ma incredibilmente difficile costruire con loro qualcosa che duri.

Social network e applicazioni ci mettono davanti a una quantità potenzialmente infinita di alternative. Una persona non viene più confrontata soltanto con quelle che incontriamo realmente nella nostra vita: viene inconsciamente confrontata con centinaia o migliaia di possibili sostituti.

E quando percepiamo qualcosa come facilmente sostituibile, inevitabilmente rischiamo di attribuirgli meno valore.

Abbiamo perso il valore della relazione sociale

È questo, secondo me, il problema più grande.

Una relazione umana ha valore proprio perché viene costruita nel tempo.

Due persone accumulano esperienze, ricordi, fiducia, conoscenza reciproca, difficoltà superate. Tutte cose che non possono essere replicate semplicemente conoscendo qualcun altro domani mattina.

Eppure abbiamo creato una società che ci abitua continuamente alla sostituzione.

Se un prodotto non ci soddisfa, lo cambiamo. Se un contenuto ci annoia, scorriamo. Se un servizio non ci piace, ne scegliamo un altro.

Il rischio è aver trasferito inconsapevolmente la stessa mentalità alle persone.

Al primo conflitto, alla prima delusione o semplicemente quando compare qualcuno che sembra più interessante, diventa molto più facile pensare: perché dovrei impegnarmi a sistemare questa relazione quando posso sostituirla?

Ma una persona non è un'applicazione da disinstallare.

E soprattutto una relazione nuova non possiede automaticamente il valore di quella precedente soltanto perché, in quel momento, sembra più semplice.

Il valore di un rapporto non dipende soltanto da quanto sia piacevole oggi. Dipende anche da tutto quello che è stato necessario costruire per arrivare fino a oggi.

Siamo connessi con tutti, ma legati a sempre meno persone

Ed è forse questa una delle grandi contraddizioni del nostro tempo.

Possiamo parlare istantaneamente con chiunque nel mondo. Possiamo conoscere persone senza uscire di casa. Possiamo mantenere contemporaneamente centinaia di contatti.

Non siamo mai stati così connessi.

Eppure questo non significa necessariamente essere più legati gli uni agli altri.

Anzi, la facilità con cui possiamo creare nuovi contatti rischia di aver diminuito la nostra disponibilità a proteggere quelli esistenti.

Un rapporto profondo richiede inevitabilmente tempo, pazienza, compromessi, comprensione e, qualche volta, anche la capacità di perdonare.

Tutte cose terribilmente poco compatibili con la cultura dell'immediatezza.

Per questo, almeno in questo campo, faccio fatica a parlare di progresso.

Abbiamo sicuramente conquistato maggiore libertà.

Ma se il prezzo della libertà assoluta diventa considerare ogni rapporto provvisorio e ogni persona sostituibile, allora forse abbiamo perso qualcosa di enormemente importante: il valore stesso della relazione sociale.

Il paradosso della scelta

E il problema non riguarda soltanto l'amore.

Possiamo scegliere molto più di prima.

Dove vivere. Con chi parlare. Cosa comprare. Cosa guardare. Dove lavorare. Dove viaggiare.

Persino davanti alla televisione non abbiamo più sei canali: abbiamo migliaia di contenuti disponibili in qualsiasi momento.

Eppure una quantità maggiore di possibilità non produce automaticamente una quantità maggiore di felicità.

A volte produce semplicemente più decisioni.

E quindi più confronti, più aspettative e più paura di aver scelto male.

Cinquant'anni fa molti percorsi erano praticamente prestabiliti. Oggi possiamo costruirci una vita enormemente più personalizzata.

È una conquista straordinaria.

Ma richiede molta più consapevolezza.

Perché avere cento possibilità è un vantaggio soltanto se siamo capaci di capire quale delle cento abbia realmente valore.

Quindi stavamo meglio prima?

Secondo me, no.

Ma non stiamo nemmeno necessariamente meglio oggi in tutto.

È proprio questo il punto.

L'errore consiste nel considerare il progresso come una linea retta nella quale ogni generazione vive automaticamente meglio della precedente sotto qualsiasi aspetto.

Non funziona così.

Possiamo avanzare enormemente in alcuni settori e contemporaneamente perdere qualcosa in altri.

Il 2026 offre possibilità che nel 1975 sarebbero state semplicemente inconcepibili. Personalmente, non rinuncerei alla possibilità di viaggiare facilmente, conoscere il mondo, lavorare internazionalmente e accedere istantaneamente alle informazioni.

Ma riconoscere i vantaggi del presente non significa dover fingere che ogni trasformazione sociale sia stata necessariamente un miglioramento.

Forse la vera sfida non è decidere se fosse migliore il 1975 o il 2026.

È riuscire a prendere il meglio di entrambi.

La libertà, la tecnologia e le opportunità di oggi, senza però perdere alcune cose alle quali il passato attribuiva maggiore valore: la stabilità, la continuità e soprattutto la capacità di considerare le relazioni qualcosa da costruire e proteggere, non semplicemente da sostituire.

Perché possiamo avere smartphone potentissimi, attraversare il mondo in poche ore e comunicare istantaneamente con chiunque.

Ma se diventiamo incapaci di costruire rapporti umani profondi e duraturi, chiamare tutto questo "progresso" diventa almeno discutibile.

Quindi sì: la tecnologia del 2026.

Ma magari un po' della stabilità del 1975.

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